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Confederazione dell'Industria Manifatturiera Italiana e dell'Impresa Privata

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CONFIMI INDUSTRIA in audizione sul DDL Bilancio 2018 Linea generale condivisibile, ma resta giudizio negativo su semplificazioni e adempimenti fiscali

“Condivisibile in un contesto che vede una leggera ripresa, ancora non consolidata”. Questo il giudizio sul DDL Bilancio che Confimi Industria, rappresentata dal Direttore Generale Fabio Ramaioli e dal Responsabile nazionale delle Politiche Fiscali Francesco Zuech, ha espresso davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato in seduta comune.

Positiva, quindi, l'iniziativa volta a favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro attraverso uno sconto triennale dei contributi previdenziali pari al 50%; apprezzabili le misura di proroga della disciplina dell'iper e del super ammortamento,  quelle di sterilizzazione delle clausole di salvaguardia dell'aumento delle aliquote Iva e il rifinanziamento della misura Sabatini, seppure con l'incognita delle osservazioni richieste dalla Commissione UE sul suo impatto su concorrenza e mercato; bene il credito d'imposta per le spese di formazione 4.0.

In generale per rendere strutturale la ripresa sarebbe però ancora necessario e vitale per il comparto delle piccole e medie industrie un intervento maggiore sulle politiche fiscali del lavoro (cuneo fiscale e contributivo) e sulla riduzione del costo energetico. Così come è necessario lo stralcio della riduzione dell'aliquota di detrazione al 50% con la conferma dell'attuale aliquota del 65% per gli interventi di ristrutturazione edilizia e di efficienza energetica negli edifici ecobonus.

Il  giudizio resta fortemente negativo, per il secondo anno consecutivo, sul versante semplificazioni e adempimenti fiscali. Appaiono, infatti, inopportune le ulteriori accelerazioni che si vogliono imprimere alla trasmissione dei dati oltre che inaccettabili le misure che mirano a fagocitare liquidità alle imprese stringendo sul diritto dei contribuenti di recuperare i propri crediti. Assolutamente contrari quindi non alla fatturazione elettronica in sé, ma all’imposizione coercitiva generalizzata già dal 2019: le semplificazioni se vengono imposte significa che non funzionano. Confimi, quindi, propone  una tregua di almeno 3 anni per rimuovere gli ostacoli attuali ed introdurre dei “catalizzatori” in grado di promuovere un’adesione spontanea irrinunciabile e massiva.

Un recente sondaggio promosso da Confimi Industria congiuntamente all’Associazione nazionale commercialisti (ANC) testimonia che il 71% degli operatori sarebbe disposto a valutare l’adesione spontanea se venissero introdotte misure concrete di semplificazione. Si prenda ad esempio il  recupero immediato Iva insoluti B2B attraverso note di variazione; aumento ad almeno € 50.000 della soglia per le compensazioni senza visto di conformità e crediti d’imposta significativi per gli investimenti. Così com’è la proposta farà salire addirittura a 16 le comunicazioni telematiche in aggiunta a tutto il resto (dichiarazioni fiscali, certificazione unica, dichiarazioni ’intento, Intrastat, eccetera), giacché per le operazioni da e per l’estero (che non potranno transitare la fatturazione elettronica) è prevista l’introduzione di uno spesometro mensile transfrontaliero.

Inaccettabile anche la linea dura sulle sanzioni che colpirà come un evasore non solo chi non rispetterà il nuovo formato ma anche il relativo cliente che non denuncerà l’inottemperanza. Negativo il fatto che non si sia  autonomamente valutato di introdurre dei correttivi alla stretta sulla detrazione dell’Iva imposta dalla manovrina dello scorsa primavera (art. 2 del DL 50). Ci aspettiamo interventi correttivi dal Parlamento in grado di ricondurre in termini di equilibrio la questione della detrazione per le fatture di fine anno. Diversamente si profila il rischio concreto di infrazione comunitaria (le violazioni al principio di neutralità, proporzionalità ed equivalenza sono già state denunciate alla Commissione UE da Confimi e ANC ndr).

Confimi Industria ha fatto presente infine che la risalita è avvenuta anche e soprattutto grazie al  grande cuore degli imprenditori "indigeni" che in questo ultimo decennio hanno avuto una capacità incredibile di stare in piedi e di sorreggere con la loro attività il territorio in cui vivono.Bisogna una volta per tutte prendere coscienza che l'Italia è fatta da questo tessuto imprenditoriale, composto da 4,3 milioni di PMI (da 1 a 249 dipendenti) che danno lavoro a 16,5 milioni di persone e che producono il 73,8% del PIL: non esistono ora altri modelli vincenti. I capitali esteri (soprattutto quelli della finanza) vengono e vanno; l'imprenditore locale, invece, è radicato nel territorio e la politica fiscale dovrebbe quantomeno cominciare a non osteggiare questo dato. Non aiuta il fatto di vedere recepite normative europee tarate su dimensioni di grandi imprese o di multinazionali come ad esempio la chiusura del credito operata da parte delle banche a causa di queste direttive in base alle quali non si presta denaro se non a chi è già "strasolido" e nonostante continui cambi normativi e pesantissimi carichi già in termini di fiscalità sul lavoro e sul costo dell'energia come ricordato. Le nuove norme più stringenti della Bce sulla gestione dei NPL-Non performing loans, i crediti inesigibili, per ora in fase di consultazione, se approvate costituirebbero una definitiva chiusura del credito da parte delle banche alle nostre imprese.  Le nostre PMI non hanno accesso alla borsa: il sistema bancario è ancora l’unico strumento che hanno le imprese per finanziarsi, non deve essere chiuso proprio in questo momento di risalita.