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Confederazione dell'Industria Manifatturiera Italiana e dell'Impresa Privata

Le responsabilità della GDO

Il decreto legislativo 231/17, nel dare attuazione al regolamento UE 1169/11, ha definito le responsabilità del distributore in termini mai così chiari. Il Food Information Regulation ha introdotto un criterio di attribuzione della responsabilità, per quanto attiene a completezza e correttezza delle informazioni fornite sui prodotti alimentari, che si basa sulla titolarità e/o gestione del marchio. Il responsabile è perciò anzitutto colui che si presenta al consumatore come garante delle qualità dell’alimento:– l’industria di marca (IDM), sui prodotti che recano i propri marchi.
In entrambi i casi in cui essi vengano realizzati e/o confezionati in azienda, ovvero fabbricati da terzi,– il distributore sulla private label, o MDD (Marca del distributore). A prescindere dalla circostanza che il marchio sia registrato o meno, che coincida con il nome della catena e perfino di chi ne sia l’effettivo titolare. (2)– l’importatore, in primis su alimenti commercializzati con il suo brand. In tutte le altre ipotesi, in concorso con i soggetti di cui sopra, a seconda dei casi. Quale che sia la fattispecie, il titolare o gestore di fatto del marchio con cui l’alimento viene commercializzato ha in ogni caso dovere di riportare in etichetta il proprio nome o ragione sociale e l’indirizzo.  La sede dello stabilimento – di produzione o di confezionamento, se diverso – deve altresì venire riportata, sulle etichette dei prodotti realizzati in Italia e destinati al mercato nazionale. Etichette, responsabilità GDO Al distributore è comunque e in ogni caso vietato fornire –all’ingrosso, come al dettaglio – ‘alimenti di cui conosce o presume la non conformità’ alle norme europee e nazionali sull’informazione al consumatore. (3) Laddove l’etichetta difetti di un’informazione obbligatoria (4) – ovvero le notizie siano false, o ingannevoli – il distributore assume responsabilità della sua esposizione in vendita ed è perciò soggetto a sanzione da parte dell’autorità di controllo. Anche nella ipotesi in cui i prodotti fuorilegge siano venduti a marchio dell’industria di marca (IDM) o dell’importatore. La responsabilità concorrente del distributore va quindi considerata con attenzione, nella distribuzione moderna come in quella online (ecommerce). A maggior ragione in quanto il Food Information Regulation espressamente richiama la sua ‘qualità di professionista’. (5)Ipotesi di concorso nei reati commessi dai fornitori si possono altresì configurare a carico del distributore. Soprattutto della distribuzione moderna, il cui livello di professionalità è comparabile a quello dell’industria di marca. La responsabilità penale del legale rappresentante della GDO (6) può emergere sia a titolo di colpa – per vendita di sostanze alimentari nocive, ex art. 452 c.p. (7) – ovvero di dolo, anche a titolo eventuale (8), nei delitti di frode, art. 515 c.p. e seguenti. Responsabilità GDO, quali soluzioni? Le clausole contrattuali che prevedano la manleva del distributore rispetto a illeciti commessi dal fornitore su prodotti a proprio marchio sono nulle – per manifesta contrarietà alle norme imperative di legge di cui al regolamento UE 1169/11, articolo 8 –  laddove esse ambiscano ad alterare i criteri di attribuzione delle responsabilità amministrative e/o penali in capo ai diversi operatori. (9)Ne deriva l’opportunità di revisione dei sistemi di qualità della GDO, che dovrebbero comprendere criteri puntuali di verifica della conformità delle etichette di tutti gli alimenti esposti in vendita da parte di operatori provvisti delle necessarie competenze su diritto alimentare e, ove del caso, biologia e tecnologie applicabili alle diverse referenze. I diversi schemi di certificazione (es. IFS, BRC, FSSC 22000), da questo punto di vista, appaiono carenti laddove si pretende in termini apodittici la verifica di compliance delle etichette alimentari, senza fornire dettagli su chi dovrebbe occuparsi di ciò e sulla base di quali requisiti professionali.
  • I DIECI PRODOTTI ITALIANI PREFERITI DAI TURISTI STRANIERI

    Sono oltre 5mila i prodotti agroalimentari tradizionali censiti dal Ministero dell’Agricoltura. Un tesoro alimentare ma anche culturale che ogni anno milioni di turisti scoprono e apprezzano e che permette all’Italia di detenere l’invidiabile record mondiale per varietà e ampiezza del patrimonio agroalimentare. Lo studio svolto dall’agenzia di comunicazione Klaus Davi & Co., realizzato su 1.820 turisti, ha focalizzato i dieci prodotti italiani più amati dai turisti stranieri arrivati quest’anno nel Belpaese.

    DALLA ‘NDUJA ALLA PIADINA: I PRODOTTI PIÙ AMATI

    • Al primo posto si piazzano a pari merito la ‘ndujae il pesto genovese(19%), due prodotti per i quali vanno pazzi soprattutto tedeschi, francesi e spagnoli,

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  • DA MIPAAF A MIPAAFT, COSA CAMBIA?

    Il governo italiano in carica ha esteso le competenze del ministero dell’agricoltura che un tempo fu. Dicastero che nel corso degli anni ha già esteso il proprio mandato alle politiche alimentari e forestali. Cosa cambia, con l’ulteriore attribuzione di compiti relativi al turismo in Italia, si vedrà. È presto per esprimere giudizi, e la speranza rimane alta. 

    L’Italia del resto raccoglie un crescente interesse dei turisti globali quale meta d’interesse storico e archeologico, paesaggistico e culturale nel senso più ampio. Con attenzione altresì crescente verso la cultura millenaria del cibo, che distingue la nostra popolazione come pochissime altre sul pianeta.

    Il Palazzo della Burocrazia – in Roma, via XX Settembre – aveva causato preoccupazione a centinaia di migliaia di imprese alimentari italiane, ad agosto scorso. Mediante un paio di circolari che paventavano l’obbligo di modificare in tempi brevi le etichette di almeno un paio di miliardi di referenze. Le quali avrebbero dovuto aggiornare i riferimenti delle rispettive certificazioni, da parte di enti autorizzati dal MiPAAFT anziché dal MiPAAF.

    La paventata modifica, come è evidente, non avrebbe aggiunto alcuna informazione utile si consumatori. I quali già potevano confidare nell’autorevolezza dei certificati bio, DOP e IGP da parte degli organismi e consorzi a tal uopo accreditati presso il ministero. Viceversa – per quanto banale possa apparire ai non addetti e ai burocrati – la semplice aggiunta di una ‘T’ avrebbe comportato oneri insopportabili per le aziende. 

    Il ministro Gian Maria Centinaio ha però corretto il tiro del Palazzo della Burocrazia. Dopo tempestiva consultazione delle rappresentanze di filiera interessate, il titolare del dicastero ha ordinato la pubblicazione di nuove circolari ove è previsto che la fatidica ‘T’ a margine di ‘MiPAAFT’ potrà venire aggiunta, senza fretta, "alla prima occasione utile".  

    In termini pratici, allorché le imprese che realizzano prodotti alimentari certificati bio, DOP e IGP si troveranno a rivedere o ristampare le proprie etichette, senza bisogno di destinare al macero alcuna di quelle già a magazzino, potranno provvedere all’aggiornamento richiesto. 

    Si attende ora che il ministro metta fine alle bizantine diciture ‘Certificato da Organismo di Controllo autorizzato dal Mipaaft‘ o ‘Certificato da Autorità pubblica designata dal Mipaaft’.  Diciture che non sono previste dai regolamenti europei – i quali  disciplinano in maniera esaustiva le produzioni in esame – e non aggiungono alcun valore a etichette già contrassegnate dai distintivi logo UE.

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  • DENOMINAZIONI LATTE E PANNA VEGETALI

    La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha pubblicato la sentenza che dispone che i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come «latte», «crema di latte o panna», «burro», «formaggio» e «yogurt», che il diritto dell’Unione riserva ai prodotti di origine animale. Ciò vale anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del 

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  • L’INNOVAZIONE NEL SETTORE AGROALIMENTARE: LE FOOD START UP IN ITALIA

    Si parla spesso di start-up ma forse non per tutti è chiaro cosa si intende con questa denominazione: cerchiamo di fare chiarezza. Il termine start-up (dall’inglese “inizio”) indica l’avvio di una nuova impresa, con tutto ciò che ne comporta a livello organizzativo e strutturale. Si tratta, dunque, di piccole realtà che nascono da sempre più numerosi neo-imprenditori che decidono di investire tempo e denaro per concretizzare la loro idea imprenditoriale.

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  • CHIUSURE DOMENICALI: COME SI FA NEL RESTO D'EUROPA

    In Italia continua a far discutere il tema delle chiusure domenicali degli esercizi commerciali, con prese di posizione e spaccature sia tra politica e grande distribuzione sia all’interno del mondo dei retailer. Intanto, un’interessante novità arriva da uno studio pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni. Si tratta di un’analisi delle chiusure, ma soprattutto delle aperture, domenicali negli altri Paesi europei e dei loro effetti sul commercio e sulla distribuzione. A non imporre alcun vincolo alle attività sono ben altri 15 Stati membri su 28:

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  • ONU: ITALIA PRONTA A DIFENDERE IL SUO AGROALIMENTARE

    Monta la preoccupazione del settore alimentare italiano in vista del 27 settembre prossimo, quando nell'ambito dell'assemblea generale delle Nazioni Unite i capi di stato e di governo si riuniranno in un incontro di alto livello sulle malattie non trasmissibili come l'obesità, il diabete, le condizioni cardiovascolari e i tumori. In quell'occasione, i partecipanti saranno chiamati a esprimersi su una serie di proposte dell'Organizzazione mondiale della sanità che rischiano di colpire negativamente vari prodotti alimentari italiani al centro della dieta mediterranea.

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