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Confederazione dell'Industria Manifatturiera Italiana e dell'Impresa Privata

I LIVELLI DI ACRILAMMIDE DIMINUISCONO

Ridurre l’acrilammide negli alimenti industriali e addirittura eliminarla è possibile. Lo dimostrano i passi avanti fatti negli ultimi anni, che hanno ancora buoni margini di miglioramento. È quanto emerge dalle analisi compiute da Altroconsumo su 69 prodotti in vendita in Italia, nell’ambito di un’iniziativa condotta insieme ad altre nove associazioni dei consumatori del gruppo Euroconsumers, che hanno analizzato complessivamente 532 alimenti. 

L’acrilammide è una sostanza riconosciuta come genotossica e cancerogena, che può formarsi, in modo del tutto naturale, durante la cottura dei prodotti amidacei contenenti zucchero e l’amminoacido asparagina, come patate, cereali, caffè, pane, pizza, biscotti e fette biscottate. Si sviluppa quando questi alimenti sono sottoposti a temperature superiori ai 120 gradi, come accade durante la frittura, la cottura al forno e alla griglia.

Nel 2015 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha dichiarato che, sebbene non esista una dose sicura, è possibile stabilire un livello con effetto trascurabile, tenuto conto del margine di esposizione, che per un uomo di 60 kg equivale a un microgrammo al giorno di acrilammide. Si tratta della quantità che possiamo riscontrare in 1 g di patate chips, 3 g di patate fritte, 4 g di biscotti e 3 g di Plasmon Primi Mesi.

Sulla base dell’indicazione dell’Efsa, la Commissione europea ha quindi emanato un regolamento, entrato in vigore nell’aprile 2018, per indicare alle aziende alimentari e ai piccoli esercenti che preparano cibi di questo tipo dei valori guida da non superare per i diversi prodotti. Le soglie indicate non sono obbligatorie e il loro superamento non comporta alcuna sanzione.

Come spiega Emanuela Bianchi, esperta di scienze alimentari di Altroconsumo, “la presenza di acrilammide è un problema per tutti i consumatori, ma in particolare per i bambini. A causa del loro basso peso corporeo e delle loro abitudini alimentari, i minori rappresentano la fascia di età più esposta ai potenziali effetti negativi di questa sostanza”. Per bambini e adolescenti la fonte principale di acrilammide è rappresentata dalle patatine fritte e dalle chips, dai biscotti e in generale dagli snack salati. Per i bebè in fase di svezzamento lo sono le creme e i biscottini a base di cereali e alcuni tipi di omogeneizzati.

Dei 69 prodotti analizzati da Altroconsumo, solo tre superano i valori guida indicati dal regolamento europeo: si tratta di un omogeneizzato (Mellin alla prugna) e di due marche di patatine in busta (Crik Crok e Chipster). Sei prodotti si attestano sulla soglia massima: le patatine fritte o arrosto servite da Rosso Pomodoro, KFC e Papero Giallo, le patatine confezionate Conad e Amica Chips, i biscotti Drillo&Friends di Doria. Tutti gli altri prodotti sono al di sotto del limite o addirittura privi di acrilammide, quindi è possibile per l’industria produrre alimenti senza questa sostanza.

Altroconsumo segnala il caso di alcune chips di verdure, contenenti oltre alla patata e alla patata dolce anche barbabietola e pastinaca, in cui sono stati trovati livelli di acrilammide piuttosto alti, quasi il doppio del valore medio trovato nelle chips di sola patata. Per le “patatine” di verdure, il regolamento Ue non indica alcuna soglia guida da non superare.

Confrontando l’attuale situazione con le precedenti analisi di laboratorio condotte nel 2014, Altroconsumo osserva che il regolamento Ue del 2018 ha avuto effetti positivi ma è possibile fare meglio, come dimostrano i risultati di alcuni prodotti dove l’acrilammide è assente. Per questo motivo, le organizzazioni di consumatori europee chiederanno alla Commissione Ue di rivedere le attuali soglie, abbassandole ai migliori risultati possibili, come indicato dall’esito del test internazionale.
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