Confimi su IVA insoluti: “Attivare subito il recupero per promuovere il rispetto dei pagamenti”

Roma, 23 giugno 2015 – “Le misure introdotte dalla Direttiva contro i ritardati pagamenti, sono purtroppo inefficaci. Crisi economica e criticità del sistema giudiziario nazionale, fanno il resto” commenta così Flavio Lorenzin, Vicepresidente Confimi con delega alla semplificazione e ai rapporti con la PA, alcune recenti sentenze della Corte di Giustizia, interpretative dell’art. 90 della Direttiva Iva n. 112, che confermano come la possibilità di recupero dell’Iva sugli insoluti possa spingersi ben oltre le ipotesi di mancato pagamento per risoluzione, annullamento o recesso contrattuale. “Servono nuove soluzioni autogestibili dalle imprese” continua Lorenzin “è una questione di visione e di volontà e anche l’Erario potrebbe trarne benefici”. 

Sfruttare i margini concessi dalla Direttiva Iva per rimettere in moto il virtuosismo nei pagamenti, rendere più simpatica l’Agenzia delle Entrate e ridurre le patologie in cui l’Erario rimane gravato dall’Iva nei fallimenti. Questi i suggerimenti contenuti nella nota che Confimi Industria, la Confederazione dell’Industria Manifatturiera Italiana e dell’Impresa Privata ha inviato la scorsa settimana al Dipartimento fiscale del MEF e all’Agenzia delle Entrate e che, quantomeno per i crediti di più modesta entità, potrebbe essere presto cavalcata anche al fine di arginare i rischi di possibili censure in Corte di Giustizia.

L’idea di Confimi, che suggerisce una modifica all’art. 26 della legge Iva nazionale, punta ad offrire al fornitore che riceve l’insoluto la possibilità di attivare una procedura telematica che, attraverso il monitoraggio dell’Agenzia delle Entrate, gli consenta di recuperare immediatamente l’Iva (già versata all’Erario) costringendo al contempo il cliente debitore (che l’aveva precedentemente detratta) a riversarla altrettanto immediatamente. Per motivi di equilibri erariali la proposta è limitata ai rapporti  B2B e il ruolo dell’Agenzia è di garante contro eventuali abusi. La possibilità (facoltà) del creditore insoddisfatto di attivare tale procedura fungerà da deterrenza affinché il debitore rispetti i termini di pagamento poiché, in caso di attivazione, il medesimo dovrà invece riversare l’Iva già detratta con la concreta possibilità di subire controlli mirati da parte dei verificatori.

“Oltre 8 imprenditori su 10 associati a Confimi e che hanno preso parte alla sondaggio circa la nostra proposta, si dicono favorevoli” spiega Flavio Lorenzin. “Una proposta che, se venisse accettata, oltre a riportare equilibrio nei rapporti fra le parti - oggi paradossalmente squilibrata a favore del debitore – contribuirebbe da una parte a promuovere un’immagine collaborativa e positiva dell’Agenzia delle entrate; dall’altra consentirebbe allo Stato di ridurre lo stock dell’Iva di fine fallimento che” e conclude Lorenzin “in base alla disciplina attuale, rimane inesorabilmente a carico dell’Erario”.
Confederazione dell’Industria Manifatturiera Italiana e dell’Impresa Privata

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