Confimi Sanità sul payback: "Si sospenda il meccanismo. Non siano le imprese a pagare i buchi di Bilancio delle Regioni". 

“Il Governo intervenga e sospenda subito il meccanismo del payback sui dispositivi medici, convochi le Regioni e le parti sociali affinché si accertino le dovute responsabilità. Le aziende non possono pagare i buchi di bilancio delle Regioni. Ci si prenda un periodo minimo di almeno sei mesi per valutare gli effettivi impatti sul settore e sulla sanità pubblica”. È la richiesta di Confimi Industria Sanità che già lo scorso novembre aveva lanciato l’allarme sul meccanismo del cosiddetto payback rimasto fermo per anni ed entrato in vigore a settembre negli ultimi giorni del Governo Draghi.

In estrema sintesi, ogni azienda sanitaria è stata chiamata a verificare l'eventuale sforamento di bilancio dal 2015 in poi rispetto al tetto massimo previsto per i dispositivi medici.
Sforamento stimato in circa 4 miliardi di euro che oggi si cerca di pianare chiedendo ai fornitori di contribuire per il 50% dell'importo dello scostamento.

Nel frattempo, le imprese non sono di certo rimaste a guardare. “Sono già migliaia i ricorsi presentati ai differenti TAR – fa presente il presidente di Confimi Sanità Massimo Pulin – e ne arriveranno a valanga nei prossimi giorni. I legali arrivano a ravvisare profili di incostituzionalità nella norma. Con tutti i costi delle spese legali che questo comporta per il nostro sistema produttivo e l’inevitabile ingolfamento dei tribunali regionali”.

Oltre 2000 le aziende in ballo che solo per i documenti di istruttoria spenderanno oltre 2 milioni di euro per gli oltre 10.000 processi amministrativi alle porte.

“Com’è possibile rifarsi sulle imprese fornitrici per degli errori commessi da Asl e Regioni?” è l’interrogativo che anima il dibattito.

“Non è forse il caso di rivedere il tetto di spesa pubblica destinato ai dispositivi medici?” si interroga Confimi Sanità. “Se dal 2014 la spesa per i DM è stata ridotta e fissata al 4,4% di quella sanitaria ma a ben guardare i bilanci delle Asl raggiunge strutturalmente percentuali ben più elevate, non è forse arrivato il tempo di rivedere le voci di spesa piuttosto che rifarsi dopo anni e senza alcun titolo sulle imprese?”.

Il payback così applicato e retroattivo, infatti, porta con sé solo una serie di criticità che il presidente Massimo Pulin elenca.  

“Ci sono Regioni che propongono alle aziende di compensare il payback con quanto dovuto per le nuove forniture, ma così facendo molte imprese andranno incontro ad uno shock finanziario fatale. E non possiamo permetterci neppure di non consegnare i prodotti perché parlando di SSN saremmo accusati di interruzione di pubblico servizio”.

“Verranno meno gli investimenti dei gruppi internazionali nel nostro paese, i costi del payback inoltre saranno sottratti agli investimenti che le aziende fanno in ricerca, sviluppo e innovazione, mentre la chiusura di alcune realtà piccole e medie comprometterà le filiere di produzione e, inevitabilmente, la disponibilità stessa dei dispositivi medici con gravi danni per la salute pubblica”.

E ancora “Sarà inoltre inevitabile, per le aziende superstiti – verosimilmente i colossi e non certo le pmi - rinegoziare le forniture con un rialzo dei prezzi”.

Tra gli addetti ai lavori di Confimi Sanità c’è poi un’ulteriore riflessione. “Il meccanismo del payback è già attivo in Italia da diversi anni, ma per il solo mondo del farmaco. L’errore – ipotizza Pulin – è nell’aver accomunato i due settori, farmaco e dispositivo medico, che però hanno sistemi di acquisizione di beni e servizi completamente diversi”. “Nello specifico – spiega il presidente di Confimi Sanità - il comparto DM fornisce il sistema sanitario pubblico mediante gare d’appalto le cui base d’asta sono determinate dagli stessi enti e concorrono in gran parte a costituire i tetti di spesa il cui superamento ora si vuole imputare per il 50% alle aziende”.

“Le stesse aziende (che generano 16,5 miliardi di fatturato e occupano 112 mila persone) devono poter programmare budget e investimenti facendo riferimento a entrate certe, che non possono poi essere ridotte o decurtate a posteriori o peggio – chiosa Pulin - retroattivamente”.

“L’operazione sembra voler spingere verso la privatizzazione della sanità e - chiude con amarezza il presidente di Confimi Sanità – senza profondo ripensamento della norma diremo addio a eccellenti realtà del Made in Italy con tutto quello che comporterà in costi sociali”. 

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