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Dl Fisco: Agnelli (Confimi Industria): “Urgente salvaguardare tessuto produttivo, si esca dal Patto di stabilità”

“Il DL Fisco approvato venerdì scorso è l’ennesima riposta che impatta negativamente sul mondo delle imprese”. Così il Presidente di Confimi Industria Paolo Agnelli commenta le ultime misure fiscali.

Per Confimi Industria, le piccole e medie imprese che rappresentano il 73,8 del PIL, in un momento già difficile hanno maggiore necessità di programmare e di avere risposte certe.

“In un’economia di guerra, dove saltano per causa di forza maggiore gli equilibri, mantenere il Patto di Stabilità è un ‘nonsense’. Da qui si potrebbero liberare le risorse che servono al comparto industriale che sono priorità – spiega Agnelli - Continuando di questo passo avremo i conti in ordine e una buona considerazione in Europa utile specialmente alla politica. Invece, i cittadini e le piccole e medie imprese dovranno sobbarcarsi i costi dell’energia, del gas, delle bollette, dell’inflazione, conseguenza inoltre di un ambientalismo fanatico e scollegato da una realtà mondiale”.

“L’immobilismo, la cecità, l’incompetenza e la sottomissione a certe lobby europee, e non solo, saranno le cause del fallimento del nostro Paese – spiega Agnelli.  All’aumento delle chiusure aziendali e della cassa integrazione qualcuno si spaventerà all’avvicinarsi delle varie tornate elettorali, ma sarà troppo tardi e il Patto di stabilità in tempo di guerra sarà salvo”. 

Per quanto concerne il tema delle imprese esodate del Piano Transizione 5.0 dopo la notizia della drastica riduzione del credito d’imposta, Confimi Industria chiede che le misure originarie siano garantite. La Confederazione sottolinea come Il decreto fiscale riposizioni sugli esodati del 5.0 soli 537 milioni di quei 1,3 miliardi formalmente stanziati con l’ultima LdB, sulla più mite misura del 4.0.  Sono circa 7.000 i progetti in lista d’attesa che sulla base del nuovo decreto, dopo aver fatto investire ingenti somme alle Pmi per consulenze complicatissime, promettono un misero 35% che, nella maggior parte di casi sarebbe appena un 12,25% e, nella migliore delle ipotesi per gli investimenti con il livello più elevato di riduzione dei consumi energetici, di un 15,75% invece del 45%. Sono misure addirittura inferiori al 20% del piano 4.0, le cui sorti non risultano chiare. Il tutto stride  in un Paese che ha estremo bisogno di efficientamento energetico, anche sfilare dal beneficio la parte trainata degli investimenti nel fotovoltaico. Si confida che il 35% di cui parla il nuovo decreto sia solo un ‘acconto’ per prendere tempo in logica del “Patto di stabilità” (DEF) e decisioni europee conseguenti la situazione del Medio Oriente; le imprese, in ogni caso, hanno effettuato gli investimenti sulla base delle misure originarie e le misure originarie, in un modo o nell’altro, vanno garantite.

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